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Etna

Benvenuti in una Luna di fuoco, neve e mare

Etna

La regina di Sicilia che con i suoi 3330 m rappresenta il vulcano più alto d’Europa.

Regina e non Re, perché per i siciliani l’Etna è donna: "la montagna (a muntagna, in siciliano) Etna”; e non al maschile, "il vulcano Etna”, come sarebbe più giusto dire.

Etna

Dall'alto dei suoi 3300 metri, come un enorme Buddha seduto nella parte orientale della Sicilia, il vulcano piu alto d'Europa scruta i siciliani e … il Paradiso.

E’ alta, alta, proprio colossale questa montagna nera come la luna, che di tanto in tanto sputa fuoco.

Fuoco che diventa fiume, fontana, lago ... regalando mozzafiato eruzioni che si vedono a centinaia di chilometri di distanza.

Trema la terra dei siciliani che vivono alla sue pendici!

Essi corrono subito nelle piazze o sui balconi delle case a godere di questo meraviglioso spettacolo della natura: fuochi d'artificio nel cielo!

L’Etna è un vulcano attivo e non fa niente per dimostrare il contrario!

La fortuna di trovarsi in vacanza da queste parti mentre il gigante di Sicilia ha deciso di lanciare fuoco e fiamme è un’esperienza straordinaria.

 

 

Tranquilli, non siamo diventati matti: l'Etna non è pericolosa, perchè è lontana dai centri abitati (il piu vicino è a 1000 metri di altitudine) ed il fiume di lava, veloce quanto volete, impiegherebba mesi per arrivare alle prime case (ma questo non significa che non potrebbe accadere) e quindi c'è tutto il tempo per organizzare un "trasloco forzato"!

 

 

 

 

L’ultima grande eruzione capitò nel 1928 quando la lava arrivò fino ad un passo dal mare (nel comune di Mascali).

E nel 1991 Zafferana Etnea se l'è vista veramente brutta, con il serpente di fuoco che ha sfiorato il centro abitatodopo aver praticamente azzerato le caqmpagne circostanti.

 

 

 

 

L’Etna è una meta nella meta ed i viaggiatori spesso vengono in Sicilia solo per lei, per vederla almeno una volta nella vita. La sua visita è una delle esperienze siciliane da non perdere: crateri spenti, grotte, boschi, colate laviche, case sommerse da magmi del passato, panorami lunari … entusiasmano l’esterrefatto visitatore.

 


 

La flora è presente, oltre che con tipiche colture (pistacchio, mele, nocciole, uva, olive …) anche con: pini, faggi, betulle, castagni, querce ... e soprattutto con uno dei simboli del vulcano, la bellissima ed endemica ginestra dell’Etna (foto), splendida con i suoi profumatissi fiori gialli.

Sopra i 2000 metri la vegetazione lascia il posto alla sciara, ai campi lavici.

L'Etna diventa Luna, pennellata quà e là dagli spennacchiati ciuffi d’astragalo, aridi e misteriosi come la nera e tagliente pietra lavica sulla quale riposano.

 

 

 

 


 

 

Gli animali sono presenti con conigli, lepri, martore, donnole … ed il timidissimo gatto selvatico.

Non mancano gli allevatori, come questo fiume di pecore in figura ci conferma.

Siete pronti per un’esperienza vulcanica ?

 

 

 

 

 

 

Sull'Etna, fondamentalmente, esistono solo due strade, entrambe che arrivano a 2000 metri di altitudine, il punto piu raggiungibile da una macchina: una strada si trova a sud-est e l'altra a Nord.

Percorriamole insieme.

 

SP92 MARENEVEFUOCO

Essa unisce i due paesi di Nicolosi e Zafferana, a circa 800 metri di altitudine passando per i 2000 metri del Piazzale Sapienza, punto piu alto a Sud raggiungibile con una vettura.

E' una strada fatta di continui panorami sul mare che sembra a volte potersi toccare con un dito.

E' stata percorsa, bene o male, nei secoli, per non dire nei millenni, da migliaia di viaggiatori: da Empedocle, a imperatori romani, a Goethe ed a noi oggi.

Una delle cose che la rendono piu curiosa è il fatto che in alcuni punti la strada si presenta totalmente nuova, appena roicostruita dopo una eruzione che l'ha troncata da qualche parte.

Si parte!

 

Nicolosi – Piazzale Sapienza (2000 metri) – Zafferana Etnea

KM SP 0 – Nicolosi: inizio della SP92 detta Marenevefuoco. La strada incomincia la sua salita tra caratteristiche e belle case di villeggiatura. La pietra lavica, chiaramente, domina l’architettura del paesaggio: case, strada, recinzioni, panorami. Inizia a fare subito la sua apparizione la bella sagoma dei Monti Rossi, disegnati dai viaggiatori di tutto il mondo e di tutte le epoche.

KM SP 2,4 – Ingresso orientale e principale dei Monti Rossi (che porta in vetta attraverso una ripida scala in legno)

KM SP 2,7 – Sulla sinistra è una deviazione che porta, dopo 1 km, all’ingresso settentrionale del sentiero dei Monti Rossi. Da qua è partita l'eruzione che nel 1669 distrusse la città di Catania. Oggi i Monti Rossi hanno al loro interno una bella pineta. Salendo in cima si puo facilmente immaginare il percorso che fece la lava per arrivare a Catania: la cittadina etnea, difatti, sembra proprio al centro del mirino.
Palombe).

KM SP 3,5 – La Marenevefuoco adesso è avvolta dalla colata lavica del 1910 e da ciuffi di ginestre, la pianta caratteristica del vulcano, con i suoi profumatissimi fiori gialli. Bellissima l’Etna di fronte. Sarà sempre così in questa strada caratterizzata da un ampissimo raggio di curve che la rendono una delle più comode vie di montagna del mondo.

KM SP 5,7 – Sulla destra una strada comunale (essa, dopo 700 m., presenta due sterrati: uno a destra e l’altro a sinistra. Voltando per quello a sinistra si arriva, dopo circa 400 m., a un bivio. Andando, a questo bivio, sempre verso sinistra si raggiunge il fronte lavico della colata lavica del 2001).

 

 

 

KM SP 6,0 – Un tipico altarino in pietra lavica sulla sinistra della strada. Questi altarini vengono posti in segno di ringraziamento per l'arresto di una colta lavica.

KM SP 7,2 – Sulla sinistra è l’ingresso per visitare Monte San Leo (1200 m.) che in appena un’ora si può percorrere. È in corrispondenza della frattura che nel 1693 coprì di lava Catania. Una comoda passeggiata permette di ascenderne la cima.

KM SP 8,0 – Siamo in contrada Sona, boschiva e con qualche casa in pietra lavica.

KM SP 8,9 – Sulla sinistra una sbarra indica l’ingresso inferiore per Monte Sona. Dopo Monte Sona la strada regala ancora un bellissimo scorcio sulla sottostante riviera ionica grazie alla presenza di un bel punto panoramico. A sinistra una bocca eruttiva del 1886 e a destra il mondo come appare dalla vetta di Monte Gemmellaro: pieno di crateri spenti a quote più basse.

KM SP 10,6 – Ingresso principale per Monte Sona e Monte Manfrè. Bellissimo punto panoramico.

KM SP 11,2 – Sempre sulla sinistra ingresso superiore per Monte Manfrè. La SP92 continua adesso alternando meravigliosi scorci di lava, panorami della cima dell’Etna e del mare. Tipiche, infilate tra la colata lavica del 1983, isole di vegetazioni, spesso castagneti, assolutamente unici nel loro contrasto con il nero basalto.

KM SP 14,6 – 1720 m. s.l.m. Sulla sinistra una deviazione interessante immersa inizialmente in un castagneto. Questa strada si infila in contrada Serra La Nave. Dopo 800 metri sulla destra una chiesetta. Altri 200 metri e si arriva al rifugio Grande Albergo del Parco. La strada a questo punto si biforca.
Andando a sinistra: dopo 700 metri è il Rifugio Ariel e dopo 200 metri da questo, sulla destra, è il Cancello Milia, ingresso meridionale della Pista Altomontana. Quindi la strada continua fino a congiungersi con diversi paesi pedemontani.
Andando a destra: dopo 300 metri è, sulla sinistra, l’Osservatorio Astrofisico; dopo 550 metri, sempre sulla sinistra, l’ingresso per il sentiero natura Monte Nero degli Zappini e sulla destra Monte Vetore (bellissimo il panorama da quassù, con veduta di tutta la costa ionica). Quindi la strada si unisce nuovamente alla SP92

 

KM SP 16,8 – Deviazione sulla sinistra per Monte La Nave. Ingresso principale per il sentiero di Monte Nero degli Zappini (dopo 200 metri sulla destra).

 

KM SP 19,2 – 1900 metri: Piazzale Sapienza. La strada raggiunge il suo punto più alto. La vegetazione è un ricordo, qua è tutto nero. Vi sono ristori, alloggi e negozi di souvenir. Da questa stazione parte la funivia (che attualmente arriva sino a 2500 metri di altitudine) e una pista che giunge ai crateri centrali (transitabile solo a piedi)*. Il Piazzale Sapienza è stato rifatto nel 2001, quando la colata lo fece fuori. Sotto questo punto di vista gli etnicoli sono sorprendenti, risultando delle formichine che sempre ricostruiscono dopo ogni distruzione. In medio stat virtus non è motto per i siciliani, popolo veramente vulcanico, tanto indolente e sonnolento (leggi: omertà) quanto operoso e geniale (leggi: barocco). Un siciliano non entra mai dalla porta principale, ma da quella aperta. Siamo così da oltre 2000 anni. Ma questa è un’altra storia. Nel Piazzale Sapienza svettano le sagome dei due bellissimi crateri Silvestri: uno grande ed uno piccolo. La passeggiata ad anello di uno dei due è inevitabile.

* Per i più pigri esiste (fin che eruzione non la distrugga nuovamente) la possibilità di prendere a 2000 m. (Piano Provenzana o Piazzale Sapienza) la funivia e con questa salire fino a circa 2500 m. Da qua in poi si prosegue a piedi fino alla cima; oppure, ma attualmente solo dal versante sud (quello del Piazzale Sapienza), c’è la possibilità di proseguire con i fuoristrada (dell’ente gestore della funivia) fino a 3000 m. Gli ultimi 300 metri della vetta bisogna per forza percorrerli a piedi (un’ora circa).

 

KM SP 21 – Lasciato il Piazzale Sapienza la Marenevefuoco inizia la sua discesa verso Zafferana Etnea. Colpisce, frontalmente, una distesa di pini letteralmente coricata sul monte a causa del vento. Siamo in contrada Casa del Vescovo e sulla destra si trova la strada che, costeggiando antiche colate laviche, arriva a Pedara, Trecastagni… mentre sulla sinistra è ’ingresso per il sentiero di Schiena dell’Asino.

KM SP 22,9 – Ritorniamo sulla Mareneve. Siamo a circa 1700 metri. Sulla destra l’ingresso per il sentiero Serra Pizzuta della Galvarina.

KM SP 23,6 – Sulla sinistra, a ridosso della strada, l’ingresso per la Grotta dei Tre Livelli. Più precisamente: l’entrata pedonale è leggermente più a monte (circa 20 metri in linea d’aria) di quella chiaramente visibile dalla strada (discendibile con una corda).

KM SP 26,5 – Si continua a scendere circondati dalle lave del 1792 e sulla sinistra, a ridosso della strada, l’ingresso per la Grotta Cassone.

KM SP 27 – Circa 1400 m. Sulla sinistra una stradina interna che porta, dopo neanche 50 metri, a Monte Monaco (sulla destra) e al sentiero di Acqua Rocca degli Zappini (sulla sinistra).

KM SP 30 – Siamo sui 1250 m. Si esalta la vegetazione e sulla sinistra è la deviazione per Monte Zoccolaro. Questa deviazione passa attraverso bellissimi meleti dell’Etna e dopo circa 5 chilometri finisce (se continuasse si tufferebbe nella Valle del Bove). O meglio: sulla sinistra continua una accidentata strada sterrata (che si unirebbe al km SP 27 della Marenevefuoco). Cinquanta metri dopo l’inizio di questo sterrato, sulla destra, inizia il sentiero per Monte Zoccolaro.

KM SP 33,2 – Tra castagneti e le prime abitazioni di periferia, sulla destra è l’ingresso per la Grotta del Gatto.

KM SP 39 – Arrivo a Zafferana Etnea.

 

 

 

SR FORNAZZO-LINGUAGLOSSA

Provenendo da Milo, alcune centinaia di metri prima della piazzetta di Fornazzo, sulla sinistra, vi è una deviazione che indica inequivocabilmente la strada per il Rifugio Citelli, l’Etna, diversi sentieri natura…

È la cosiddetta SR Mareneve, che dopo circa 20 chilometri giunge ai quasi 1900 metri di Piano Provenzana per poi ridiscendere verso Linguaglossa.

È, insieme alla succitata SP92 Marenevefuoco, l’unica arteria che giunge a quote così alte. Attualmente meno turistica dell’altra ma, certamente, di maggior fascino, data la perfetta alternanza di silenzi, colori e paesaggi, passando tra boschi, colate laviche e l’invincibile bellezza del promontorio taorminese all’orizzonte. A cielo limpido la Calabria sembra proprio qua. Diversi gli spunti di interesse lungo il percorso di quest’altra Mareneve.

Andiamo!

N.B.: Mancando, al momento del nostro sopralluogo, i cippi chilometrici, abbiamo posto Fornazzo al KM 0 e Linguaglossa al KM 30.

KM 0 – Ingresso della Mareneve da Fornazzo. Siamo a circa 1000 metri d’altitudine. Appena imboccata, sulla sinistra, c’è una piccola terrazza sulla strada con una fontanella dalla quale sgorga un’acqua limpida e fresca. È una buona area di sosta e consigliamo anche di riempire la borraccia, sempre comoda in montagna. La strada inizia a salire tra la vegetazione e pochissime casette, rigorosamente in pietra lavica, sempre più rade man mano che si sale.

KM 1,4 – Sulla destra una microscopica cappella eretta nel 1976 in memoria della colata lavica del 1950 che risparmiò Fornazzo. Ma quello che rende particolarmente affascinante questo luogo di Dio è il fronte lavico del 1979 che si fermò proprio a ridosso dell’altarino, così come si può vedere sia dall’esterno che dall’interno (appoggiando il viso alla vetrata della porticina). Questa lingua lavica che scende dalla montagna, infilata tra i boschi, è ben visibile volgendo lo sguardo sulla sinistra (nordovest).

KM 1,6 – Sulla sinistra è una traversina che, infilandosi tra i boschi, arriva dopo 1,3 km alla Casa Pietracannone (vedi oltre). La SR invece continua immergendosi in un fitto bosco di castagni che si alterna alle colate laviche del passato.

KM 2,5 – Siamo sui 1100 metri d’altitudine. Il panorama si allarga maestoso sulla costa ionica con la Calabria che in giornate limpide si vede perfettamente. Ai bordi della strada è la colata lavica che arrivò sino a Mascali nel 1928. Il punto di osservazione che si ha da quassù è perfetto per immaginare il fiume di lava che centrò il paesino. Lungo il percorso diverse “dagale”, caratteristiche isole con vegetazione circondata da lava. Adesso le colate da ambo i lati della strada si alternano al panorama di Taormina, regina della bellezza siciliana, dove tutto è miracolosamente perfetto: anche il panorama dell’Etna.

 

KM 3,1 – Si rientra dentro un bellissimo e folto bosco di castagni, pini e lecci. La strada fa una stretta curva a gomito e continua dolcemente a prendere quota.

KM 4,1 – Il bosco lascia posto ancora alle colate laviche del 1928 e del 1971 (che tanta paura e distruzione procurò agli agricoltori del posto).

KM 4,9 – 1150 metri. In piena curva a gomito, sulla sinistra, è l’ingresso per Casa Pietracannone, appartenente all’Ente Parco dell’Etna e attualmente non gestita.

KM 6,0 – Dopo essersi alternata tra colate e castagneti la SR Mareneve presenta sulla destra una deviazione per Sant’Alfio, Ripa della Naca (vedi pag. 140)… Percorrendo questa direzione, dopo circa un paio di chilometri si incontra il piccolo Santuario di Magazzeni, eretto nel 1958 dagli abitanti di Sant’Alfio in segno di ringraziamento dello scampato pericolo per il paese durante l’eruzione del 1928. In questa contrada difatti si aprì una bocca che minacciò seriamente Sant’Alfio. E allora gli abitanti del paesino decisero di salire in processione con le sacre reliquie dei santi Alfio, Filadelfo e Cirino. Qua la lava si arrestò, miracolo si avverò e questo Santuario si fondò. Ma è anche vero che spesso i fedeli peccano quanto meno di egoismo. Perché in questo caso le preghiere risparmiarono Sant’Alfio ma dirottarono il serpente di fuoco sulla malcapitata Mascali. Che non ringraziò!

KM 6,5 – Siamo a circa 1300 metri d’altitudine e sulla sinistra una piccola rientranza con una tipica sbarra della Forestale indica l’ingresso alla Pineta della Cubania, punto di partenza di diversi itinerari. Circoletto rosso!

KM 7,0 – Superata la Cubania, la strada, adesso immersa tra castagni e cerri, regala una bellissima finestra sulla costa ionica. Si incontrano spesso diverse sbarre che precludono l’ingresso a sentieri comunque riconducibili a quelli da noi descritti.

KM 8,1 – 1400 m. s.l.m., si giunge al Bosco della Cerrita. Una sbarra verde sulla destra indica l’ingresso di un percorso natura.

Etna cave

KM 11,2 – La strada continua con anche le caratteristiche betulle che adesso fanno la loro apparizione. Poco dopo l’undicesimo chilometro da Fornazzo ecco sulla destra il sentierino per la vicina Grotta dei Ladroni, raggiungibile dopo neanche 100 m. Situata dentro un bel campo di betulle etnee, questa grotta di scorrimento lavico presenta diverse aperture semiverticali nel terreno. L’ingresso principale, che è il primo che si incontra venendo dalla SR Mareneve, è caratterizzato da una ripida scalinata in pietra lavica scavata nella roccia. Una volta dentro è possibile percorrere quasi completamente in piedi l’intera cavità. Da una delle aperture esterne si erge un tronco di betulla che nasce proprio dalla grotta. La cavità deve il suo nome alla leggenda che vuole in questo sito essersi rifugiata una banda di ladri. Fino agli anni Cinquanta era usata come nivera.

KM 11,7 – Siamo nel punto più alto della SR Mareneve (1700 m.). Qui c’è una deviazione sulla sinistra.

Prendendo questa deviazione dopo 800 m. sulla destra troviamo l’ingresso per i meravigliosi Monti Sartorius; dopo 1,1 km sulla sinistra l’ingresso per la Pineta della Cubania; dopo 1,9 km sulla destra l’ingresso per il sentiero di Serra delle Concazze; dopo 2 km la strada finisce al Rifugio Citelli (con gestore, proprietà del CAI). Qua è possibile ristorarsi.

 

 

KM 12,9 – Si cammina tra bellissimi panorami di campi di lava del 1865, i crateri sommitali all’orizzonte occidentale e il mare a quello orientale. Sulla sinistra si incrocia una strada. È una strada chiusa che finisce dopo 800 metri, presso Monte Baracca. Da qua, frontalmente, direzione sudovest (e non il sentiero a destra per Monte Baracca), inizia un bel sentiero per Monte Frumento delle Concazze, la cui conquista è dura ma vi renderà esseri umani felici!

KM 13,5 – Siamo a 1550 m. d’altitudine, immersi nella vegetazione, e la strada scavalca l’alveo del torrente Sciambro (o Quarantore). Qua ci sono due sentierini: sulla destra, quello che dopo neanche 800 metri raggiunge la vetta del Secondo Monte (che è uno dei cosiddetti Due Monti). Superbo il panorama a 360°. Velocemente si può compiere il giro dell’orlo del cratere che al suo interno presenta un bel bosco misto. Sulla sinistra, si può arrivare invece al Primo Monte. Entrambi i sentieri sono molto facili.

KM 14,4 – All’improvviso lo scenario cambia bruscamente. La colata del 2002 ha ferito mortalmente il bosco e il manto stradale appare da poco rifatto. Superbo il panorama sul mare e sui lontani Monti Peloritani, limite settentrionale della valle dell’Alcantara. Sulla sinistra deviazione per Piano Provenzana, che si raggiunge dopo 3 chilometri. Qua sono presenti negozi, ristoranti e la funivia di risalita per gli sciatori.

KM 14,8 – Altra deviazione sulla sinistra per Piano Provenzana. Quindi la strada si infila dentro la superba Pineta Ragabo.

KM 16,8 – Tra boschi a destra e sinistra la strada incontra alcuni rifugi e piccole locande. Qua, sulla sinistra, è la deviazione per la bellissima Altomontana, strada forestale che avvolge il vulcano in un semicerchio nord-ovest-sud.

KM 16,9 – Sulla sinistra, deviazione per il sentiero della Grotta Corruccio.

KM 17,4 – A destra deviazione per Piano Pernicana. Siamo adesso sui 1300 m. d’altitudine.

KM 19,1 – La SR Mareneve fa una grande curva sulla sinistra e, sulla destra, è l’ingresso per il sentiero Lava 1865-Due Monti.

KM 23 – A destra, in curva, una deviazione che, dopo 2,8 km di strada sterrata, arriva al cancello della Forestale che permette l’accesso a Monte Crisimo. Questo cancello si può oltrepassare grazie a una curiosa scaletta in pietra accostata al muro. Se invece, all’altezza del cancello, si prende lo sterrato sulla sinistra (est) si arriva, dopo

1,6 km, a Case Bevacqua (vedi pag. 144).

KM 25,9 – A sinistra l’ingresso della cosiddetta Quota Mille.

KM 30 – Linguaglossa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
CRATERI SPENTI, OVVERO: I FIGLI DELL’ETNA

Comunemente chiamati “figli dell’Etna”, sono centinaia attorno tutto il vulcano e dimostrano delle migliaia di eruzioni accadute negli oltre 5000 mila anni di vita del vulcano.
E’ bellissimo poterli girare, proprio nella loro cima da dove il panorama è superbo.
Andiamo a scoprirne alcuni.

 

Monti Sartorius: Etna nordest, 1700 metri.
Forse la “bottoniera” più famosa. Si tratta di una serie di crateri spenti, in fila come i bottoni di una camicia, formatisi durante l’eruzione del 1865. Il sottostante campo lavico è tempestato di bombe laviche, affusolati testimoni dell’eruzione stromboliana ovvero formatesi durante l’attività esplosiva dell’eruzione (tipica dell’Etna). Neanche a raccontarlo della bellezza e curiosità dell’itinerario attorno ai crateri spenti. L’Etna presenta diverse bottoniere. Questa dei Sartorius è una delle più semplici da raggiungere.
Grado di difficoltà: media – Durata escursione A/R: 1 ora

Monte Frumento delle Concazze: Etna nordest, 2150 metri. Il più grande dei crateri spenti, formatosi durante l’eruzione del 1865, arduo da scalare. Molto arduo …
E’ così chiamato perché al suo interno l’astragalo, con i suoi ciuffi gialli, lo fa sembrare ricco di frumento. Dalla sua cima i sottostanti Sartorius sembrano buche da golf !
Grado di difficoltà: difficile Durata escursione A/R: 3 ore

 

Monte Nero: Etna nord, 2000 metri circa. Vedi sopra (Piano Provenzana).
Grado di difficoltà: medio Durata escursione A/R: 2 ore

Vulcanetto di Mojo: Etna nord, 700 metri. Dentro il paesino di Mojo Alcantara questa facile passeggiata.
Grado di difficoltà: facile Durata escursione A/R: 1 ora

Crateri Silvestri: Certamente i piu famosi. Etna sud 2000 metri. Vedi sopra (Piazzale Sapienza).
Grado di difficoltà: facile (il più basso), media (il più alto)

Monte Ilice: Etna sudest, 870 metri. Dalle parti di Trecastagni. Splendido il panorama, soprattutto sul mare di Catania. Il suo cratere, dal quale un giorno sbuffavano ceneri, lava e lapilli adesso è pieno di alberi. Monte Ilice è un cono vulcanico inattivo formatosi, secondo alcuni, durante l’eruzione del1329 che arrivò fino al mare nei pressi di Pozzillo. Si sale al monte dal lato ovest attraverso una strada a fondo naturale che attraversa uno splendido bosco di querce, lecci e ginestre. Dall’orlo del cratere, che consigliamo di percorrere
tutto, la visione è indimenticabile.
Grado di difficoltà: facile Durata escursione A/R: 1 ora

Monte Serra: Etna sudest, 450 m, dentro il paese di Viagrande. Il suo interno, anch’esso una volta ricco di fuoco, è adesso un vigneto. Formatosi nella notte dei tempi … Splendido il panorama, soprattutto sul mare di Catania. All’interno di monte Serra è la particolarissima “Casa delle Farfalle” con insetti provenienti da tutto il mondo.
Grado di difficoltà: facile Durata escursione A/R: 1 ora

Monti Rossi: Etna sud, 950 metri. Vulcano formatosi durante l’eruzione del 1669 che arrivò, distruggendola per buona parte, sino alla città di Catania. Dalla sua cima è facilmente intuibile il percorso che dovette fare la lava. Attualmente questo cratere spento (che visto da lontano sembrerebbero due) è ricoperto da una rigogliosa pineta. Disegnato da tutti i viaggiatori sette e ottocenteschi.
Grado di difficoltà: facile Durata escursione A/R: 1 ora

Anello della Grande Quercia: Etna ovest. Una serie di diversi crateri spenti. Vedi oltre.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA VALLE DEL BOVE

Molto suggestiva, forse la vera cartolina dell’Etna, ecco la Valle del Bove, emergenza atipica per un complesso vulcanico: si tratta di una profondissima e vasta depressione della parte orientale della “montagna di fuoco”, una vera e propria vallata tutta nera!!!
L’interno è ricco di millenarie colate laviche (ma anche le recenti spesso si riversano, fortunatamente, in questa enorme depressione) e di decine di vulcani spenti che, come batuffoli di magma, disegnano questo impressionante e vastissimo oceano nero. Diversi i punti di osservazione dall’alto i quali, durante le eruzioni attuali, diventano il punto panoramico preferito dai visitatori.
A seguire i punti di osservazione più importanti:

Monte Zoccolaro: Etna sud-est, 1700 metri. Vi si accede imboccando la SP92 Marenevefuoco da Zafferana. Dopo 9 chilometri, sulla destra, è una deviazione che dopo 5 chilometri arriva al suo punto finale. Qua è un sentierino che subito a destra sale per monte Zoccolaro al quale si arriva dopo circa 2 ore di camminata dentro il bosco. L’escursione inizia da un sentiero ben tracciato che attraversa un boschetto di pioppi tremuli che si avvicendano con castagni, campi coltivati, felce aquilina, grandi arbusti di rosa canina, faggi centenari e ginestre. Il sentiero è un po’ ripido ma vale la pena di percorrerlo poiché permette di ammirare panorami mozzafiato con visuali sulla Val Calanna, il versante orientale dell’Etna, i Peloritani, la Calabria e gli Iblei. In cima si trova una croce e un altare. Da qui si può godere di una splendida veduta della Valle del Bove
Grado di difficoltà: medio Durata escursione        A/R: 2 ore

 

Val Calanna: Etna est, raggiungibile facilmente dal paese di Zafferana. E’ un itinerario che permette di arrivare al tratto finale della Valle del Bove, proprio al suo interno e che quindi non ha la panoramicità tipica degli itinerari a seguire. Vi si accede da un sentiero che parte dalla normale strada asfaltata ed esattamente da dove si è fermata la colata lavica del 1991-93 ed il cui serpentone nero, un tempo di fuoco (che ha sfiorato Zafferana), ancora si vede scendere dalla valle. Un altarino (uno dei tanti) è stato messo dai fedeli in segno di ringraziamento per lo scampato pericolo. Da qua, in meno di un’ora, si arriva dentro questa vallata, fino al 1991 ricca di flora ed oggi coperta per buona parte dalla lava di quella colata.
Percorsi i primi metri si intravede subito sia la colata del 1852 (a nord) che quella del 1991 (a est).
Ai margini del sentiero si notano ancora i segni del precedente paesaggio vegetale costellato in basso da tipici frutteti (pometi, ciliegeti, etc.) sostituiti in quota da piccoli isolotti vegetazionali (“dagale”) a prevalenza di ginestre.
Continuando a camminare, sempre verso nordovest, appare netto il bellissimo quadro fornito, rispettivamente da nord verso sud (destra verso sinistra), da Monte Calanna, il Saltodella Giumenta e Monte Zoccolaro.
Man mano che ci si avvicina a Monte Calanna il paesaggio è dominato da un bellissimo campo di ginestre.
Dopo circa 20 minuti di cammino il sentiero tende a scendere di quota arrivando quindi (dopo altri 20 minuti), attraverso le sciare dell’eruzione 1852-53, a Portella Calanna dove è possibile vedere le artificiali dighe di contenimento costruite dalla Protezione Civile il 2 maggio 1992, per proteggere l’abitato di Zafferana Etnea: venne per l’occasione edificato
un importante rilevato in terra lungo 234 m. e alto 21.
Grado di difficoltà: facile Durata escursione       A/R: 2 ore

Monte Fontane: Etna est, 1280 metri. E’ uno dei punti più facili da raggiungere per osservare la Valle del Bove. Vi si arriva dopo aver percorso 4.7 chilometri della SR Mareneve Fornazzo-Linguaglossa (partendo da Fornazzo), all’altezza della Casa Pietracannone (un rifugio). Da qua in poi proseguire in direzione sud (una strada affiancata al Rifugio) e, camminando su un campo lavico, salire in cima al monte.
Grado di difficoltà: facile       Durata escursione A/R: 1 ora

Pizzi Deneri: Etna nord, 2900 metri, veramente ad un passo dalla cima.Vi si arriva da Piano Provenzana, da cui dista circa 11 chilometri. E’ un’impresa titanica, dopo circa 4 ore di robusta camminata sul deserto lavico della pista di risalita per i crateri centrali.
Da Pizzi Deneri la Valle del Bove è uno spettacolo unico ed emozionante. Una lunga scia nera, enorme e piena di crateri spenti, che arriva sino al bellissimo mare di Sicilia.
Uno dei sentieri più belli (e ardui) per arrivarci è quello che parte dal Rifugio Citelli e sale per la cresta settentrionale della Valle del Bove (Serra delle Concazze, 2400 metri).
Certamente una delle esperienze di maggior suggestione regalate dal gigante siciliano. Indimenticabile lo spettacolo offerto dai meravigliosi panorami dell’Etna (foto): la nera vallata a centinaia di metri di vertiginosa profondità; il deserto lavico; i crateri sommitali a ovest;
il panorama di tutti gli altri coni spenti qua e là. In questo scenario quasi surreale si arriva a Pizzi Deneri: una distesa di sabbia nera riempita dalle bianche cupole dell’Osservatorio Vulcanologico, scenario degno di un set lunare. La giusta conclusione di un viaggio nel fantastico. Spettacolare il ritorno, al contrario, con il mare di fronte.
Grado di difficoltà: difficile        Durata escursione A/R: 5 ore

 

 

La Montagnola: Etna sud, 2500 metri. Quasi all’opposto di Pizzi Deneri, vi si arriva o dopo aver camminato per circa 3 ore dal Piazzale Sapienza o dopo aver preso la funivia che in neanche 20 minuti arriva proprio qua. Eccellente il panorama con tutti i crateri spenti della vallata che si spalmano al vostro esterrefatto sguardo.
Grado di difficoltà: difficile (se percorso a piedi)         Durata escursione A/R: 4 ore

Schiena dell’Asino: Etna sud, 2100 metri. Vi si accede percorrendo 2 chilometri della SP92 dal Piazzale Sapienza in direzione Zafferana. Qua, sulla sinistra, è l’ingresso per questo sentiero che dopo circa 2 ore di camminata, tra iniziali boschi a cui segue il deserto lavico, arriva in questo meraviglioso e incantato panorama sulla vallata.
Il sentiero inizia subito in salita tra i pini e le ginestre, pronto ad aggirare il Monte Salifizio per conquistare la Valle del Bove. Dopo 200 metri fa un curvone sulla sinistra e 100 metri dopo, seminascosto tra gli alberi, è un sentierino che taglia in direzione est (cioè va verso destra) e permette di evitare una serie di tornanti della normale strada sterrata. Se non lo individuate continuate ad andare per la strada su cui siete.
Con un po’ di attenzione si vedono in alto le bocche a bottoniera del 1892 e in basso quelle del 1792. Dopo circa 2,5 chilometri si arriva al punto più elevato: la Valle del Bovesi stende ai piedi del visitatore in uno scenario tra i più grandiosi sull’Etna (foto).
Schiena dell’Asino è proprio all’inizio della famigerata valle, formando il vertice più elevato della sua parete meridionale. A ovest, da sinistra verso destra, si vedono la Montagnola e il cratere del 2001 (tra i due il Canaluni ’a rina, il passaggio per scendere alla valle); più in alto la cima fumante del vulcano.
Di fronte (nord), l’altro confine della vallata costituito (da sinistra verso destra) da: Pizzi Deneri, Serra delle Concazze, Serracozzo, Monte Rinatu, Monte Scorzone, Monte Cerasa, Monte Fontana e Monte Cagliato. A est si intravede il Salto della Giumenta e Monte Calanna. Sotto il nostro sguardo la Valle del Bove si apre ancora più stupefacente con una serie di crateri spenti sparsi qua e là.
Grado di difficoltà: medio      Durata escursione A/R: 3 ore

Minte Scorsone Il percorso parte dalla SR Fornazzo-Linguaglossa, Etna nord, 6,5 chilometri dopo Fornazzo. Siamo a circa 1300 metri d’altitudine e sulla sinistra una piccola rientranza con una tipica sbarra della Forestale indica l’ingresso alla Pineta della Cubania, punto di partenza di diversi itinerari.Il tragitto parte da una bella strada in pietra lavica che si districa tra la rigogliosa vegetazione mista dei luoghi: castagni, pini, lecci, faggi… Dopo poco più di un chilometro di percorso la carrareccia è attraversata dalla colata del 1928 (già colonizzata da forme pioniere di vegetazione) e da quella risalente all’eruzione del 1971. Il panorama improvvisamente si affaccia sulla sommità del vulcano (a ovest) e sulla costa ionica (a est). Quindi ci si immette nuovamente dentro il bosco e si nota, sulla sinistra, il sentierino che porta a Casa Pietracannone. Frontalmente si vede la bella struttura delle Case Paternò Castello, un tempo appartenenti a questa nobile famiglia siciliana, oggi proprietà demaniale. Qui è consigliabile effettuare una deviazione che permette di risparmiare almeno 40 minuti. Mantenendo le case alla vostra destra (esattamente a nord) si intravede un sentierino. Risalendolo in direzione ovest si rientra (dopo circa 20 minuti di ripida camminata) sulla strada principale (che comunque si poteva continuare a percorrere dalle Case Paternò Castello). Dopo circa 1 km, tra un tornante e l’altro in dolce pendenza, sempre dentro il bosco, si può notare un enorme masso alla vostra sinistra, proprio sul ciglio della strada. E da qua inizia (visibilissimo) il sentierino che porta fino a Monte Scorsone (dopo circa 40 minuti di buona salita). A volte il sentiero sembra dividersi ma poi si ricongiunge e quindi non vi è alcuna possibilità di sbagliare. In ogni caso mantenetevi sempre alla vostra sinistra, cioè andate verso sud. Stupefacente il panorama sulla Valle del Bove una volta giunti in cima. Sotto di voi è Rocca Capra e di fronte Rocca Musarra, entrambe affioramenti vegetativi all’interno del mare nero della valle. Volgendo lo sguardo in basso, verso sud, si vede Monte Calanna, il Salto della Giumenta e Monte Zoccolaro. Il cratere si trova tutto a ovest.
Grado di difficoltà: medio       Durata escursione A/R: 3 ore

 


QUELLO CHE L'ETNA HA CREATO IN MILIONI DI ANNI

Un vulcano crea e distrugge con la velocità di un bambino.

Facciamo una passeggiata nei millenni e vediamo alcune "opere" create dall'artista Etna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le salinelle
Le salinelle (dette anche salse o maccalube) sono tre campi di vulcani di fango di forma conica, che si trovano nei comuni di Paternò (Salinelle dei Cappuccini o dello Stadio e Salinelle del Fiume) e Belpasso (Salinelle di San Biagio). A noi interessano perché oltre a ricadere in zone etnee hanno una certa relazione con le eruzioni del vulcano.
Difatti le salinelle presentano una sorta di irrequietezza, una maggiore intensità e bollore prima di una colata (come è stato osservato nel 1999, 2001, 2002, 2004 e 2006). In queste occasioni sono stati eruttati notevoli quantità di fango caldo (30-40° C) che hanno creato nell’estate del 2006 ingenti danni ai vicini agrumeti. Le salinelle, nel romantico passato, venivano impiegate per curare i dolori degli arti e le slogature
dei cavalli, per pediluvi e per dolori reumatici.

 

La Timpa di Acireale

È un lungo costone lavico che per quasi 7 km scende giù a strapiombo sul mare, alto anche più di un centinaio di metri, rivestito di edera, euforbia e carrubbi. Insieme all’isola Lachea, costituisce un laboratorio naturale a cielo aperto in cui è scritta la storia geovulcanica della Sicilia. Di particolare rilevanza alcuni tratti a ridosso della fascia costiera, dove alti colonnati basaltici, simili a quelli presenti nelle Gole dell’Alcantara, rappresentano il percorso di cristallizzazione delle lave a contatto con l’acqua.

È il caso della Grotta delle Colonne, raggiungibile solo via mare. Nell’area della Riserva nidificano diversi rapaci, e indisturbata una fitta vegetazione si sviluppa rigogliosa grazie alle sorgenti che si riversano nello Jonio. Come a Santa Caterina, caratterizzata da un belvedere dalla splendida veduta. Il sentiero delle Chiazzette, camminamento in pietra raggiungibile (facendo massima attenzione) dalla Statale 114 ad Acireale, è un percorso secentesco che si snoda giù fino a Santa Maria La Scala, borgo marinaro pittoresco e tranquillo.

Lungo il sentiero a zig zag, incontreremo la Fortezza del Tocco, fortilizio a difesa di Acireale nel XVII secolo, durante la dominazione spagnola, da cui si sparava un colpo di cannone per avvertire del pericolo. Carrubbi, ginestri, olivastro, lentisco e limonio saranno una nota caratterizzante di questa passeggiata.


L’isola Lachea ed i Faraglioni di Acitrezza (I Ciclopi)

Zona di grande fascino.

Siamo nel lungomare di Acitrezza, paese di pescatori alle falde del vulcano.

La spettacolare isola Lachea, proprio di fronte il paesino, è costituita prevalentemente da rocce basaltiche in più punti sormontate da argille pleistoceniche metamorfosate, è la più grande fra le Isole dei Ciclopi, ed è di origine vulcanica legata alle prime eruzioni sottomarine nel golfo di Acitrezza, risalenti a circa 500.000 anni fa. L’arcipelago dei Ciclopi rappresenta un sito di grande interesse sia naturalistico che archeologico, infatti sull’isola Lachea furono anche rinvenute testimonianze della presenza umana risalenti alla preistoria.

Quasi caraibica la ricchezza dei fondali dove, tra gli altri, è possibile ammirare colonie arborescenti di polipi che possono superare anche il metro di altezza, ma fra tutti chi spicca per singolarità e bellezza è l’Alicia mirabilis, la più grande attinia del Mediterraneo. La fauna dell’isola Lachea è abbastanza varia e comprende gruppi animali che ben sopportano le avverse condizioni ambientali. Tra i numerosi invertebrati troviamo la presenza esclusiva della lucertola endemica Podarcis sicula ciclopica.

Secondo la leggenda l’origine dell’isola è da imputare ai massi lanciati da Polifemo contro la nave di Ulisse-Nessuno (Omero, Odissea).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Castagno dei 100 Cavalli: Etna est, nei pressi del paese di Sant’Alfio. Simbolo degli alberi etnei, con la sua millenaria longevità. Una circonferenza di oltre 22 metri lo rende il più grande castagno del mondo. L’Etna, per inciso, è ricchissimo di alberi secolari (soprattutto querce).



Il fiume Alcantara

Il fiume Alcantara (Akesines per i Sicelioti ed Onobola per i Romani) nasce nei Monti Nebrodi (nei pressi di Floresta), a ridosso della parte settentrionale dell’Etna, e prosegue il suo cammino costeggiando tutto il lato nord fino a sfociare a Giardini Naxos. Durante il suo percorso “il ponte” (al qantarah, in arabo) si trova spesso a contatto con la pietra lavica.

Per la precisione, il suo primo incontro con la dura e nera roccia basaltica avviene nei bassi vigneti di Castiglione di Sicilia, all’altezza della Cuba Bizantina. Quando l’acqua incontra la pietra lavica inizia un’opera di erosione che in questo caso, vista la consistenza dell’avversario, è molto chirurgica e lunga. Questa lotta, dopo diversi millenni, ha portato alla formazione di spettacolari canyon, famosi in tutto il mondo: le Gole dell’Alcantara.

In contrada Mitogio, in territorio del comune di Motta Camastra (ME), si trova una splendida grotta di scorrimento vulcanico, ostica da raggiungere ma splendida da ammirare; a testimonianza delle sue enormi dimensioni, viene chiamata Grotta dei Cento Cavalli.

 

Il ponte dei Saraceni
Il fiume Simeto

“Da Adernò a Catania la natura è il paradiso terrestre della Sicilia. C’è un vigore di vegetazione, una profusione di verde, un’abbondanza di acque come non se ne vedono altrove”. Così documentò il ginevrino Charles Didier in visita in Sicilia nel 1829, e padre Onorato Colonna, nel suo manoscritto del 1738 Adernò Redivivo, affermò: “Il maggior pregio che vanta il territorio è la celebrità del fiume Simeto”; così riproponiamo, nonostante l’antropizzazione non sempre rispettosa degli ecosistemi della valle del Simeto.
Tra aspre e impervie distese di lava, rigogliosi agrumeti e selvagge vegetazioni riparie, il Simeto con le sue volute corrode rocce, scava rapide e cascate, strettissime e profondissime “forre”, forma pareti sub-verticali caratterizzate da affioramenti di spettacolari basalti colonnari; il suo letto tra colate pietrificate e distese levigate, incide il cuore della valle divenendo placido e cheto negli ampi spazi di contrada Pietralunga.

Straordinario appare allo sguardo del visitatore il tratto incuneato in rocce laviche – appartenenti ai “centri alcalini antichi” – nei pressi del Ponte dei Saraceni  (foto) – ai cui fianchi l’alveo presenta caratteristiche forme d’erosione, le Marmitte dei giganti.
 

 



Le nivere

Le nivere (o niviere, o fossa delle nevi, o tacche della neve) erano dei siti dove si accumulava la neve in modo da usarla in estate per la conservazione dei cibi o altro. Questa raccolta era un vero e proprio lavoro nel passato e ogni grotta (specie qui nell’Etna) aveva il suo nivarolu, che con la forza della persuasione, diciamo così, se ne attribuiva la proprietà. L’Etna era certamente un luogo molto favorito per questo
genere di lavoro potendo contare su una quantità innumerevole di fabbriche naturali, quali le grotte per l’appunto, già di per sé ottime conservatrici di neve e mai toccate dal sole.

In altre parti dell’isola si dovevano creare queste zone, spesso con la costruzione artificiale di fosse (8 m. di profondità per 4 di ampiezza) in zone per nulla soleggiate. Tra le pareti e il terreno c’era uno spazio che si riempiva di fasciame vario con funzioni d’isolamento termico. D’inverno queste cavità venivano riempite di neve che, essendo posta in luoghi freddi e inaccessibili al sole, doveva durare fino
all’autunno.

La neve, diventata ghiaccio, veniva tagliata in pezzi e trasportata a dorso di mulo fino a Catania per essere spedita, via mare, addirittura fino a Malta. Era usata in macelleria, in ospedale per curare alcune malattie, dai locandieri per rinfrescare e conservare le bibite e i cibi, oltre che per la produzione di gelati e granite. Quindi, tutte le grotte dell’Etna altro non erano che… un posto di lavoro!

 

La pietra lavica: 3000 anni di impiego

Il gioco delle pietre è una delle grandi sorprese della Sicilia che si aggiunge a quello dei colori, proverbiali, del suo cielo e della sua terra: Sicilia bianca (calcarea) a sud;
Sicilia giallorossa (arenaria) a nord; Sicilia nera (lavica) a est.
Questa varietà ha fatto sì che gli utensili preistorici di buona parte dell’isola modellati sulla selce o sul quarzo nell’area etnea si trovavano anche in basalto; che il foro romano di Siracusa fosse tutto in pietra calcarea e le coeve terme di Catania in pietra lavica; che, infine, i muretti di recinzione delle campagne ragusane siano tutti bianchi, africani e quelli degli etnicoli tutti neri, come Calimero; che il barocco di Noto presenta portali in calcare, quello di Palermo in arenaria e quello di Catania in pietra lavica. Le pietre a quei tempi erano molto costose e si trasportavano in groppa ai muli.

Edilizia urbana Buona parte delle costruzioni dei paesi etnei è realizzata in pietra lavica. Per le costruzioni importanti (chiese, palazzi…), si utilizzavano grossi blocchi squadrati di pietra lavica; le case rurali di campagna, straordinariamente ancora presenti nel paesaggio agricolo, erano costruite mettendo una pietra sull’altra, quelle che si trovavano nel terreno. E ancora oggi sono là, in piedi, senza terremoto che le abbia
turbate. Si stava meglio quando si stava peggio…

Le strade Alle pendici dell’Etna si trovano ancora alcune strade antiche in pietra lavica con la caratteristica ciacata, un acciottolato di pietruzze compreso tra due catene di basalto squadrato. Certo le carrozze dovevano essere belle robuste per camminare su queste strade dell’antichità!

I palmenti Il palmento è il luogo in cui avveniva la pigiatura dell’uva per produrre il mosto che veniva riposto in grandi vasche. Interamente in pietra lavica, oggi è diventato salotto di dimore riattate. È l’elemento architettonico più romantico e sobrio del paesaggio etneo. Si incontrano ancora tanti palmenti in giro per le campagne etnee. Speriamo che durino il più a lungo possibile. Ogni antica abitazione, sia dei ricchi che dei meno ricchi, aveva il suo palmento. Ricordando che oggi non è più in uso (data la produzione meccanica del vino), vediamo come era composto.
Era a due livelli. Una scala esterna arrivava al secondo livello che non aveva porte ma solo una finestra che si collegava, appunto, a questa scala. I contadini raccoglievano in ceste l’uva e la svuotavano dentro il palmento attraverso questa apertura posta in alto. Qua avveniva la pigiatura, e il mosto prodotto, attraverso delle canalette intagliate nel pavimento, veniva riversato in una vasca posta al primo livello. Ivi un’enorme vite senza fine (il torchio), vero simbolo del palmento, pigiava a sua volta le vinacce. Tutto il mosto veniva raccolto nelle botti dove, fermentando, si trasformava
in vino.

 

 
LA PISTA ALTOMONTANA

Eccezionale percorso di 36 chilometri che aggira il vulcano, alla costante quota di 2000 metri, descrivendo un arco nord-ovest-sud. Si può percorrere a piedi o in bicicletta e durante questo percorso si incontrano diversi rifugi aperti a tutti, colate laviche, boschi, grotte, vulcani spenti … E’ il percorso naturalistico sull’Etna per eccellenza, proprio perché abbraccia tutto quello che c’è da vedere.
Ma è anche il più duro e richiede, se si vuole fare tutto, almeno un paio di giorni di buone camminate.
Partendo dalla Caserma Pitarrone (ma se si preferisce si può iniziare anche dalla parte opposta), che si trova sulla SR Mareneve Fornazzo-Piano Provenzana-Linguaglossa (17 km dopo Fornazzo o, se preferite, 13 dopo Linguaglossa) all’altezza del rifugio Ragabo, percorriamo questa incontaminata strada sterrata.

Questi i punti di maggior interesse:

Km 0 Partenza-Caserma Pitarrone, dentro una fitta e maestosa pineta tra le più spettacolari al mondo.
Km 4.5 Grotta delle Femmine, una delle tante di scorrimento lavico che andremo incontrando.
Km 5.8 Grotta dei Lamponi e deviazione per il rifugio Timparossa.
Km 6.0 Passo dei Dammusi: campo lavico (eruzione decennale 1614-1624) con lave “a corda” (foto), come affusolate, dovute ad un lento raffredamento del magma.
Km 6.7 Faggeta spettacolare
Km 18.4 Bosco di Maletto
Km 23 Campo lavico estesissimo mentre sulla sinistra si vedono i faggi che qua raggiungono l’areale più alto d’Europa (1800 metri). Paesaggio grandioso con numerosi crateri spenti qua e la.
Km 36 Cancello Milia, fine Altomontana

Eccovela tutta quanta:

 

KM 0 – 16,8 km dopo Fornazzo (o, se preferite, 13,2 km dopo Linguaglossa), sulla SR Mareneve da Fornazzo a Linguaglossa, all’altezza del Rifugio Ragabo è l’imbocco di una pista sterrata che si addentra nella Pineta Ragabo. Spettacolare la sequenza dei giganteschi pini. Dopo1,5 km, sulla destra, una deviazione che porta al rifugio Caserma Pitarrone. Si continua invece dritto e dopo 200 metri una sbarra della Forestale indica l’ingresso della Pista Altomontana. Qua azzeriamo il contachilometri e scaldiamo le gambe, pronti a marciare.
KM 0,1 – Subito la strada si immerge nella recente colata del 2002. A nord si vede la sagoma dei Peloritani che delimitano la vallata sottostante, quella dell’Alcantara. Bellissimo lo scorcio che, in verità, tanto scorcio non è.
KM 0,5 – Si entra in un bosco misto di faggi e castagni scampati all’eruzione del 2002.
KM 0,8 – Siamo sulla lava del 1923 e sulla destra ancora il bel panorama dei Peloritani. Alcuni pini iniziano la colonizzazione della colata. Sullo sfondo settentrionale, in rilievo sulla catena montuosa dei Peloritani, l’inconfondibile cocuzzolo di Rocca di Novara.

 

 

 

 


KM 1,2 – Piccola zona attrezzata e ingresso del sentierino di Monte Rossello. Quindi la strada esce ancora dal bosco e si tuffa nella colata del 1911.
KM 1,8 – Sulla sinistra si notano le bocche laviche e il percorso della lava da esse uscita.
KM 4 – Tra ginestre e splendidi panorami si arriva a un trivio: a sinistra porta al Rifugio aperto di Timparossa; a destra scende per Grotta delle Palombe (si noti un pagliaio, per ripararsi in caso di maltempo, all’inizio di questa strada). Noi proseguiamo dritto (ovest).
Grotta delle Palombe Si accede con una certa facilità grazie a un accumulo di detriti, scendendo per circa 13 metri. L’ultimo tratto della grotta è ben conservato.
KM 4,5 – Sulla destra il sentierino per Grotta delle Femmine, a neanche 20 m.
Grotta delle Femmine Grotta abitata fin dai tempi preistorici, accessibile attraverso un pozzo di 4 metri. Sulle pareti si osservano delle tipiche lave incurvate.
KM 5,1 – Lasciato il bosco inizia una spettacolare distesa basaltica di lave cordate del 1614: la colata dei 10 anni.
KM 5,8 – 1700 m. d’altitudine. A sinistra deviazione per il Rifugio Timparossa (dopo circa 1,5 km). Si prosegue dritto per l’Altomontana.

 


KM 6,0 – Passo dei Dammusi: esemplare scenario delle lave cordate della colata 1614-1624.
KM 6,7 – L’Altomontana entra in una specie di regno degli gnomi: una spettacolare faggeta. Con qualche pino e pioppo. Bellissimi i contrasti (frequenti nell’Etna) tra vegetazione (simbolo di vita) e roccia nera (simbolo di morte).
KM 7,7 – Rifugio di Monte Santa Maria. Subito dopo, sulla destra, il Monte Santa Maria, pieno di ginestre. Costeggiando il monte si vede sulla destra un sentierino che porta alla Cisternazza e sulla sinistra si può tentare per la Grotta del Gelo (3 ore).
KM 8,5 – Sempre dentro questa indimenticabile faggeta, un bivio sulla sinistra da non prendere (anche se poi si riunisce a questa strada).
KM 9,5 – Sempre dentro il bosco. La strada inizia una ripida discesa.
KM 10 – Sulla destra un curioso stanzone in pietra lavica. Ottimo in caso di pioggia.
KM 10,5 – Si vede Randazzo, che appare improvvisa grazie a un braccio della colata del 1614 che interrompe per qualche centinaio di metri il bosco, che subito dopo inizia nuovamente.
KM 11,2 – Sulla sinistra la vecchia strada interrotta dalla lava del 1981 che arrivava a Monte Spagnolo. Sulla destra continua lo sterrato normale.
KM 12,2 – Nel bosco, con qualche mucca, ecco il Rifugio Saletti. A destra la strada porta per la Cisternazza. A sinistra si mantiene l’Altomontana. Siamo a circa 1350 m., punto più basso di questa strada.
KM 13,2 – A destra la deviazione per Pirao.
KM 13,5 – Siamo sulla colata del 1981 appena colonizzata dalle prime erbacee.
KM 14,5 – Poco prima di rientrare nel bosco, sulla destra in fondo, si vedono alcune bocche del 1981.
KM 15,1 –Sulla destra bivio per Monte Piluso che comunque poi si riunisce all’Altomontana. Sempre sulla destra si vede Monte Spagnolo, boscoso. Subito dopo sulla sinistra la strada di cui al km 11,2.
KM 15,3 – Sulla destra il rifugio di Monte Spagnolo e sulla sinistra la Casermetta.
KM 15,3 – Sulla destra il rifugio di Monte Spagnolo e sulla sinistra la Casermetta. Bella zona boschiva. Siamo adesso dentro una pineta.
KM 16,2 – C’è un bivio che imboccato sulla destra porterebbe a Monte Piluso. L’Altomontana prosegue sulla sinistra. Adesso si cammina dentro una colata remota.
KM 17,7 – Puntiamo a sud. Altra deviazione per Monte Piluso. Ancora bosco.
KM 18,4 – Siamo nel Bosco di Maletto. Sulla destra deviazione per monte e Rifugio La Nave.
KM 21,6 – Sulla sinistra deviazione per monte e Rifugio Maletto. Sempre dentro un bellissimo bosco misto di faggi e pini.
KM 22,1 – Sulla destra deviazione che scende verso Poggio del Monaco, Case Pappalardo…
KM 23,0 – 1750 m. Siamo nel versante ovest del vulcano e si entra per circa 100 metri in un campo lavico. Sulla sinistra, in alto, maestosi, i faggi che qua raggiungono l’areale più alto in Europa (1800 m. circa).
KM 23,2 – Sulla destra sentierino (poco frequentato) per Monte Egitto, Monte Lepre e Monte Rosso.
KM 23,5 – Paesaggio grandioso circondato dalla lava del 1759. Sulla destra una serie di “figli” dell’Etna che da nord a sud sono: Monte Egitto, Monte Lepre, Monte Nuovo (sciaroso, ovvero: coperto da sabbia vulcanica), Monte Rosso, Monti De Fiore I e II e Monte Nunziata (questi ultimi tre completamente sciarosi).

 

La vetta del vulcano più alto d’Europa scruta immobile, solenne, il piccolo visitatore. La Natura ci domina.


KM 24,2 – Siamo al Rifugio di Monte Scavo e sulla destra il sentiero per Monte Egitto. In alto, nerissima, la scia della colata del 1999.
KM 25,4 – Accostata alla pista, sulla destra, la Grotta di Monte Nunziata e il bellissimo e nudo monte omonimo. Lave a corda.
KM 26,2 – Attraversando la colata del 1999 si entra in un bosco di betulle e sulla sinistra è un bellissimo pagliaio.
KM 27,9 – Rifugio di Poggio la Caccia (o Palestra).
KM 28,2 – Siamo nel punto più alto dell’Altomontana, circa 1950 m., tra Monte Palestra e Monte Fornello.
KM 29 – Rifugio della Galvarina. A destra deviazione per Piano Ginestre, Monti De Fiore.

 



KM 29,6 – L’Altomontana entra in un campo lavico.
KM 31,7 – La strada perde quota ed entra in un bosco misto che poi diventa tutta pineta (Pineta di Biancavilla).
KM 34,4 – Rifugio Menza e (attraverso una deviazione sulla sinistra) il Giardino Botanico Nuova Gussonea di proprietà dell’Università di Catania e chiuso da un possente cancello. Assurdo chiudere qualcosa in un posto già di per sé chiuso e assurdo non permetterne la visione a coloro che si trovano a quasi 2000 metri d’altezza, a contatto con la natura. Tra l’altro il giardino, vero e proprio parco dentro il parco, ha diverse zone di interesse che lo rendono un sentiero tra i più divertenti e semplici (anche grazie alla vicinanza con la strada transitabile dai normali mezzi).
KM 36 – Cancello Milia: limite meridionale dell’Altomontana.

 

 

 

Crateri sommitali

Per raggiungere la vetta bisogna percorrere a piedi la cosiddetta Pista di Risalita Sommità dell’Etna (vedi pag. 189), evitando di avventurarsi in inutili, faticose e pericolosissime vie secondarie (praticamente inventate da voi).

Essa si può imboccare sia dal versante sud (Piazzale Sapienza, 1900 metri) sia dal versante nord (Piano Provenzana, 1900 metri) ed ha come picco, chiaramente, l’apice del vulcano. In neanche 5 ore il gioco è fatto (un paio per la discesa). In cima vi sono 4 crateri: il Nord-Est (formatosi nel 1911); il Sud-Est (1971); il Centrale o Voragine (1787) e la Bocca Nuova o Voragine Ovest (1968).
Il perimetro della cima è di circa 1700 metri.

Lo zolfo è un componente fastidiosamente presente a queste altezze ed è forse l’unico elemento di fastidio oltre il maltempo, quando è presente (ma il maltempo più che elemento di fastidio lo è di morte).
Non avventurarsi in cima se non si è preventivamente informati sulle condizioni metereologiche. In ogni caso si consiglia di raggiungere la vetta nel periodo che va da metà giugno a metà ottobre, quando la neve non dovrebbe esserci.
L’Etna sulla cima presenta spesso un caratteristico cappello di nuvole a cui gli etnicoli hanno dato il nome, genialmente, di Contessa. Genialmente perché questo appellativo deriva dal fatto che sopra la cima c’è una contesa di venti, il cui effetto finale è la formazione di questa corona di nuvole.

Spesso a dare il benvenuto, in vetta, ci sono le coccinelle che a 3300 metri trovano un ambiente a loro ideale.

 

 

 

 

La cucina dell’Etna (by chef Silvana Recupero)

Alle pendici del più maestoso vulcano attivo d’Europa, ’a muntagna come lo chiamano con deferenza gli abitanti del luogo, vi sono densi nuclei abitativi e quelle terre di prepotente magnificenza sono anche intensamente coltivate, dando origine a numerose produzioni locali. Lo stesso prodotto tipico rivela non solo la propria peculiarità ma contribuisce anche a ricostruire antiche usanze, attività e metodi di produzione
che ci permettono di identificare la personalità di quelle comunità. Ci parla anche della tipicità di un terreno influenzato dall’attività dell’Etna che dà origine a prodotti unici dal sapore ineguagliabile, irriproducibili altrove. La gente dell’Etna ha mantenuto con la terra e la tradizione un legame molto forte: una tradizione gastronomica frutto di una lenta evoluzione interculturale, tra le più antiche e stratificate del mondo. Civiltà eterogenee che hanno lasciato la loro impronta anche nella tradizione culinaria dell’isola, che risale a 2500 anni fa.

L’arrivo dei Greci, i primi coloni, si colloca nel 735 a.C. a Giardini Naxos. Trovarono suolo fertile e abbondanza di frutti. Le prime autorevoli testimonianze gastronomiche risalgono al IV secolo a.C. con Platone (giunto alla corte di Dionigi il vecchio) che vantava la pasticceria siciliana ma si lamentava degli eccessi a tavola dei siracusani. Tra le testimonianze è da annoverare l’opera (perduta) di Miteco di Siracusa di cui ci parla Alessio Narbone (Istoria della letteratura siciliana, 1851): “La sua opera Sull’arte della cucina siciliana di cui fa memoria Platone e di cui un frammento vedesi presso Ateneo, divenne quasi il codice del buon gusto alle tavole greche”. I prodotti giunti in Sicilia dalle coste greche sono tutt’ora visibili nella cucina attuale: aglio, oliva, amido, basilico, cappero, cumino, origano e cicoria.

L’epoca romana (dal III sec. a.C.) fu particolarmente difficile per l’isola. In questo periodo di sfruttamento e prevaricazione, la cucina divenne molto più frugale. Il simbolo del periodo romano è il maccu, il cui nome deriva da “maccare” o “ammaccare”: una purea di fave cotte in acqua insaporita con erbe aromatiche e condita con olio crudo.

Gli Arabi (IX secolo) perfezionarono l’agricoltura migliorando le tecniche d’irrigazione, insegnarono ai contadini la coltivazione della canna da zucchero, degli agrumi, dei fichidindia, del cotone e del gelsomino. Introdussero l’uso di nuove spezie, come la cannella e lo zafferano; della frutta secca sia nei dolci che nelle altre pietanze (uva passa, pinoli, mandorle, pistacchi); e importarono il riso, ingrediente fondamentale degli arancini e delle crespelle. Ma il piatto che maggiormente rimanda alla cultura araba è sicuramente il couscous.

Nel periodo angioino (XIII secolo) vi sono solo alcune innovazioni di rilievo: il falsomagro (arrosto di vitello farcito); l’impiego della pasta frolla, che trasforma alcune pietanze come la caponata o la pasta a forno in timballi; e l’utilizzo della farina per addensare salse e sughi.

La successiva lunga dominazione spagnola, o “Età dei Viceré”, caratterizza la storia dell’isola per diversi secoli. In cucina subentrarono i prodotti importati dal nuovo mondo: pomodori, peperoni, granturco, patate, fagioli, cacao e vaniglia. Sempre agli Spagnoli si attribuisce la zucca, il finocchietto selvatico e le melanzane. La cucina tradizionale etnea è prettamente popolare, essenzialmente genuina e non contaminata dai fasti delle corti. Il ruolo principale è svolto dal pane: abitudine diffusa era quella di impastare il pane, una volta a settimana, e ogni famiglia disponeva in casa di un grande forno a legna che accendeva per quell’uso. Da questa abitudine nasce l’esigenza di sfruttare la brace viva, un sistema di cottura che aveva il pregio di evitare l’uso di stoviglie e di economizzare sull’olio, e si arrostiscono sulla brace tutta una serie di pietanze: le scacciate, che si preparavano con la pasta del pane casereccio, il pesce, le verdure, la carne. Molte di queste pietanze risalgono a preparazioni di cui ci riferisce Archestrato di Gela (IV sec. a.C.) che menziona di pesci nelle foglie di fico: “semplicemente, in mezzo a quelle foglie l’avvolgi, e sopra legala con giunco. Mettila poscia sotto il cener caldo”. A testimonianza del fatto che tale abitudine è ancora in uso si possono vedere nei mercati e nei balconi delle case i cufuni: fornelli di ferro dalla cui graticola si sprigionano odori di melanzane, carciofi, peperoni, polpette di vitello nella foglia di limone e masculini (che appartengono alla famiglia delle acciughe).

Ed ecco finalmente un piccolo elenco dell’arte culinaria del popolo dell’Etna:

Antipasti di prodotti locali Salami; Pecorino prodotto sin dall’epoca greca, chiamato anche tuma, se fresco e non salato, o primosale, dopo la salatura; Pomodori essiccati; Olive cunzate (cioè condite); Acciughe salate.
N.B.: Giuseppe Coria, nel suo testo Profumi di Sicilia, rileva che: “Non esiste una tradizione di antipasti in Sicilia. […] Fino a pochi decenni or sono l’uso degli antipasti non c’era, neanche nella cosiddetta cucina“ricca”. La maggior parte dei piatti che si vedono oggi erano contorno a certe pietanze; o costituivano addirittura il piatto di mezzo (e spesso l’unico) della cucina “povera” […]”.

Primi piatti Pasta alla Norma; Pasta coi broccoli; Maccu (fave cotte ridotte in pasta); Pasta e zucchine fritte; Spaghetti al nero di seppie; Pasta con la mollica e le acciughe; Pasta cu’ finocchiu rizzu (è questa la versione catanese della pasta con sarde alla palermitana); Spaghetti alla carrettiera; Pasta e risotti con condimenti a base di funghi.

 

Secondi piatti e contorni Masculini arrostiti, fritti, marinati; Calamari ripieni; Sardi a beccaficu nella variante catanese; Tonno con la cipuddata (cipollata); Polpette di carne nella foglia di limone; Polpette di muccu (neonato di pesce); Falsomagro agglassatu; Caponata catanese; Melanzane e peperoni arrostiti; Peperonata; Fiori di zucca fritti; Carciofi alla brace; Gattò (sformato di purè di patate); Rocculi affucati (broccoli affogati); Carrubelle con le acciughe. Rusticheria Arancini di riso al sugo e alla carne, agli spinaci o al burro; Crispelle di acciuga o ricotta; Scacciata con tuma, broccoli o patate; Pizza alla siciliana con tuma
e acciughe (“siciliana”).

Dolci e gelati Cassata siciliana (o le tipiche cassatelle catanesi, più piccole); Crispelle di riso alla benedettina; Cannoli; Torta alla mandorla; Olivette di Sant’Agata; Pasta reale; Paste di mandorla; Cotognata; Diversi tipi di torrone; Paste assortite (decine di tipi in tutte le migliori pasticcerie); Granita (di limone, caffè, mandorla, gelsi...) nata con gli Arabi che aromatizzavano la neve dell’Etna con essenze profumate;
Schiumoni e cassate gelate. Si consiglia di cercare, in ciascun paese, dolci a base di prodotti tipici locali (al pistacchio a Bronte, alla nocciola a Sant’Alfio...).
Nella stagione della vendemmia, da provare la mostarda di mosto nelle contrade vinicole e, in estate, quelle di fichidindia nei versanti etnei di Belpasso e Paternò. Raccomandati alcuni liquori, fra Santa Venerina e Riposto, e oli essenziali di agrumi prodotti nell’acese per la realizzazione casalinga delle famose bibite dei chioschi cittadini.


 

I viaggiatori del “fantastico”

L’Etna suscitò non poche attenzioni presso i popoli del passato. In quei tempi, nei quali le inspiegabili manifestazioni della natura diventavano spiegabili solo con l’arte divinatoria, ecco che un mostro sputafuoco di queste dimensioni non poteva passare inosservato.
Così, tanti personaggi del mondo fantastico hanno fatto tappa sul nostro vulcano. Eccone alcuni

Encelado È uno dei Titani, quelli cattivi, figlio quindi di Gea (la Terra, nonna di Zeus) fecondata dal sangue di Urano (nonno). Come gli altri Giganti, Encelado era una creatura metà uomo e metà bestia: fino alle cosce aveva forma umana, mentre al posto degli arti inferiori aveva squamose code di serpenti. Con gli altri Giganti, Encelado partecipò alla cosiddetta Gigantomachia, la battaglia tra i Giganti e gli dei dell’Olimpo. Questi Titani misero tre montagne una sopra l’altra per raggiungere l’Olimpo ma vennero sconfitti. Encelado tentò di fuggire ma la dea Atena lo sotterrò gettandogli sopra l’isola di Sicilia; il mito narra che l’attività vulcanica dell’Etna sia originata dal respiro infuocato di Encelado, mentre i tremori della terra durante i terremoti, dal suo rotolarsi sotto la montagna a causa delle ferite.
Tifone Come Encelado anche lui fu infilato sotto terra. Detto anche Tifeo, era un essere mostruoso con 100 serpenti sulle spalle che invece di sibilare a volte latravano.
Secondo il poeta Eschilo, Tifone fu confinato nell’Etna e fu motivo di eruzioni. Tifone impersona allegoricamente le forze vulcaniche e anche per questo fu considerato il padre dei venti impetuosi (tifoni).

Efesto (Vulcano) Il più grande fabbro di tutti i tempi. Aveva la bottega dentro il cratere dell’Etna. Tra le sue opere artistiche si ricordano: le saette di Zeus; la cintura di Afrodite; l’armatura (e lo scudo) di Achille; il carro di Helios; la corazza e l’elmo di Enea. I suoi assistenti all’interno della fucina erano i Ciclopi; inoltre costruì degli automi di metallo che anch’essi lo aiutavano nel lavoro. Nella mitologia greca è il dio del fuoco, della tecnologia, dei fabbri, degli artigiani, degli operai, degli scultori, dei metalli e della metallurgia. Sull’Etna era un tempio del dio Adrano (spesso identificato con Efesto) che ospitava il fuoco inestinguibile e sempre acceso ed era custodito da cani sacri capaci di individuare la bontà o la cattiveria del fedele. Pindaro chiama l’attività esplosiva dell’Etna “getti di Efesto”.

Ciclopi Monocoli giganteschi, figli di Urano e Gea. Il più famoso di essi fu Polifemo, ma i primi tre furono Bronte, Sterope e Arge. Erano fratelli, e vivevano dentro il cratere dell’Etna dove in pratica erano impiegati di Efesto (vedi sopra). Ma ritorniamo a Polifemo, il leader dei Ciclopi, immortalato da Omero. Quando il protagonista della sua Odissea, Ulisse, approda in Sicilia viene fatto prigioniero da questo gigante che viveva in una caverna alle pendici dell’Etna. Omero ne parla nell’Odissea (libro IX) quando Odisseo incontra in Sicilia i discendenti di Bronte, Sterope e Arge: i barbari Ciclopi che, ormai scordata l’arte degli avi che lavoravano come fabbri per Zeus, vivevano dediti alla pastorizia e isolati l’uno dall’altro. Dice Omero: “Questi si affidano ai numi immortali: non piantano alberi, non arano campi; ma tutto dal suolo per loro vien su inseminato e inarato, orzo e frumento e viti che portano vino nei grappoli grossi, che a loro matura la pioggia celeste di Zeus” (Odissea, IX). Intanto Polifemo si mangia tre compagni di Ulisse, il quale per fuggire escogita una trappola: innanzitutto offre del vino al Ciclope che, ringraziandolo prima di crollare nel sonno, gli chiede il suo nome. Ulisse gli risponde di chiamarsi Nessuno, dopodiché lo acceca con un bastone arroventato e scappa con i compagni grazie a un altro abile stratagemma: ognuno di loro si aggrappa al vello del ventre di una pecora per sfuggire al tocco di Polifemo quando questi avesse portato a pascolare il gregge. Quando gli altri Ciclopi lo videro con l’occhio pieno di sangue e gli domandano chi fosse stato, alla risposta “Nessuno”, si burlarono chiaramente di lui. Poco tempo prima Polifemo entrò nella leggenda per aver scagliato contro il pastorello etnicolo Aci degli enormi massi (gli odierni Faraglioni presso il mare di Acitrezza), uccidendolo. Motivo della contesa la bella ninfa Galatea.

Poseidone (Nettuno) Quando Zeus spartì il mondo ai suoi fratelli e sorelle, assegnò l’isola di Sicilia a Poseidone, il barbuto re del mare. Il famigerato tridente del più grande degli oriental lover dei tempi fu certamente opera di suo nipote Efesto che lo costruì sull’Etna, nella sua rinomatissima fabbrica.

Zeus (Giove) Come il prezzemolo: ovunque. Zeus aveva tanti appellativi tra i quali quello di Etneo. Le sue saette furono fabbricate sull’Etna.

 

Ecco, vi abbiamo presentato alcune caratteristiche del vulcano piu alto d'Europa.

L'Etna è come il mare: affascinante ma pericolosa se si sottovaluta.

Chiamateci per qualsiasi informazione prima di avventurarvi nelle zone alte.

 

 

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